Descrizione
Il Museo civico archeologico Ubaldo Formentini è il museo di archeologia della Spezia, dentro il Castello di San Giorgio, sul colle sopra il centro storico dove nacque la città. Racconta il territorio dalla preistoria al Medioevo, con le antiche statue stele della Lunigiana e i marmi di Luni romana.
Il castello è genovese, dei secoli XIV-XVII. Il museo ha girato parecchio prima di arrivarci: teatro civico, case municipali, liceo, convento di Santa Chiara, Palazzo Crozza. Il convento destinato a ospitarlo fu distrutto dalle bombe nel 1943.
Tutto cominciò nel 1873 con le raccolte naturalistiche donate alla città da Cesare Podenzana. Poi il geologo spezzino Giovanni Capellini ci portò i reperti emersi scavando i bacini e le darsene dell'Arsenale, e il museo crebbe insieme alla storia della città.
La visita ha due percorsi. Al piano inferiore c'è il territorio dal Pleistocene alla romanizzazione, con le accette neolitiche e i corredi delle grotte dell'isola Palmaria e di Equi Terme, dove nell'età del Rame si deponevano i morti.
Il pezzo forte sono le statue stele: guerrieri con il pugnale, figure femminili appena accennate, teste a forma di U senza occhi né bocca. Le prime risalgono al IV millennio a.C. Qui ne sono custodite diciannove originali, più alcuni calchi per confronto.
Nessuno sa con certezza cosa rappresentassero: forse divinità, forse antenati diventati eroi. Per secoli molte furono distrutte, perché sembravano idoli pagani. Le più recenti sono dell'età del Ferro e stanno in una sala accanto alle tombe a incenerazione.
Al piano superiore c'è l'altra anima del museo: Luni, la colonia romana fondata nel 177 a.C. che divenne uno dei grandi centri di esportazione del marmo delle Apuane, finché nel 643 il re longobardo Rotari la distrusse.
I reperti vengono dalla collezione degli industriali del marmo Fabbricotti. Spiccano i busti di Tiberio e di un principe giulio-claudio, fatti per i luoghi pubblici come propaganda, e un grande mosaico con una pantera fra le palme, maschere teatrali e geni alati.
Il corridoio finale mostra gli ultimi tempi di Luni: frammenti marmorei dalla cattedrale e oggetti dell'alto Medioevo, tra cui trentuno lamine d'oro del VI-VII secolo, cucite un tempo su un abito o un accessorio.
Da non perdere
• Le statue stele.
• I busti di Tiberio.
• Il mosaico con la pantera.
• Le lamine d'oro.
Lo sapevi?
• Su alcune basi di statue di Luni il nome è stato scalpellato via: è la damnatio memoriae, la cancellazione del ricordo.
• Nel 1886 due piccole stele furono trovate dodici metri sotto il livello del mare, nel Golfo della Spezia. Poi andarono perdute.
Il castello è genovese, dei secoli XIV-XVII. Il museo ha girato parecchio prima di arrivarci: teatro civico, case municipali, liceo, convento di Santa Chiara, Palazzo Crozza. Il convento destinato a ospitarlo fu distrutto dalle bombe nel 1943.
Tutto cominciò nel 1873 con le raccolte naturalistiche donate alla città da Cesare Podenzana. Poi il geologo spezzino Giovanni Capellini ci portò i reperti emersi scavando i bacini e le darsene dell'Arsenale, e il museo crebbe insieme alla storia della città.
La visita ha due percorsi. Al piano inferiore c'è il territorio dal Pleistocene alla romanizzazione, con le accette neolitiche e i corredi delle grotte dell'isola Palmaria e di Equi Terme, dove nell'età del Rame si deponevano i morti.
Il pezzo forte sono le statue stele: guerrieri con il pugnale, figure femminili appena accennate, teste a forma di U senza occhi né bocca. Le prime risalgono al IV millennio a.C. Qui ne sono custodite diciannove originali, più alcuni calchi per confronto.
Nessuno sa con certezza cosa rappresentassero: forse divinità, forse antenati diventati eroi. Per secoli molte furono distrutte, perché sembravano idoli pagani. Le più recenti sono dell'età del Ferro e stanno in una sala accanto alle tombe a incenerazione.
Al piano superiore c'è l'altra anima del museo: Luni, la colonia romana fondata nel 177 a.C. che divenne uno dei grandi centri di esportazione del marmo delle Apuane, finché nel 643 il re longobardo Rotari la distrusse.
I reperti vengono dalla collezione degli industriali del marmo Fabbricotti. Spiccano i busti di Tiberio e di un principe giulio-claudio, fatti per i luoghi pubblici come propaganda, e un grande mosaico con una pantera fra le palme, maschere teatrali e geni alati.
Il corridoio finale mostra gli ultimi tempi di Luni: frammenti marmorei dalla cattedrale e oggetti dell'alto Medioevo, tra cui trentuno lamine d'oro del VI-VII secolo, cucite un tempo su un abito o un accessorio.
Da non perdere
• Le statue stele.
• I busti di Tiberio.
• Il mosaico con la pantera.
• Le lamine d'oro.
Lo sapevi?
• Su alcune basi di statue di Luni il nome è stato scalpellato via: è la damnatio memoriae, la cancellazione del ricordo.
• Nel 1886 due piccole stele furono trovate dodici metri sotto il livello del mare, nel Golfo della Spezia. Poi andarono perdute.